San Giorgio e il Drago

In questi giorni penso spesso a qualche anno fa quando per la prima volta approdai sull’isola di Ag. Georgios, era il 2008. La prossima estate ad agosto raggiungeremo nuovamente quel luogo sperduto 12 miglia a sud di Capo Sunio. Qui di seguito pubblico un delizioso racconto che una cara amica scrisse qualche giorno dopo essere giunti a bordo di Aqualung sulle rive dell’isola che ha forma di drago.

SAN GIORGIO E IL DRAGO
A Orlando che regala frammenti d’infinito.
In primo piano si affrontano di profilo, come in un’insegna araldica, San Giorgio e il drago. Il terreno ocra su cui avviene la battaglia è costellato di teschi, bucrani, ossa e corpi dilaniati; rospi, ramarri e serpi si aggirano fra le pietre e sul suolo arido spiccano, fra i radi fili d’erba bruna, due conchiglie.
Dietro al mostro e al cavaliere cristiano si estende il paesaggio. A sinistra, dalla parte del drago, ci sono due tronchi arsi e torti. Un po’ più in là, leggermente arretrato, un filare di palmizi conduce a uno specchio d’acqua marina che occupa lo sfondo. Un altro albero s’innalza in prossimità dell’acqua, quasi a metà del campo di battaglia: da una parte i suoi rami sono secchi, dall’altra rigogliosi. Sulle rive del mare si fronteggiano delle architetture: a sinistra si arrocca una città orientaleggiante, con una porta e un edificio balconato da dove minuti personaggi col turbante assistono alla lotta. A destra, in alto sulla rupe, troneggia un’imponente chiesa con la cupola. Fra il mare verderame e il cielo tinto di sfumature gialle da un sole basso, si stagliano vicino all’orizzonte tre velieri. Il primo di profilo, sotto il dirupo sforato, ha le vele spiegate al vento; l’altro poco lontano, di poppa, con le vele ammainate s’inclina un po’ sull’acqua; il terzo è attraccato lungo la riva scoscesa di sinistra.
Ai piedi della rupe, sotto la chiesa, sta di tre quarti la principessa di Silene, offerta in tributo al mostro. Porta un copricapo e un manto rossi, una veste azzurra con piccoli decori d’oro. Ha il viso reclinato, le mani giunte, e guarda in apprensione il cavaliere coraggioso che, come Perseo con Andromeda, la salva dalla morte.
San Giorgio, in sella al suo cavallo bruno coi finimenti rossi riccamente ornati, sovrasta il drago. Ha i capelli biondi e ricci, indossa una corazza nera. Con la mano sinistra tiene saldamente la briglia e con la destra impugna, pieno di vigore, la lancia. Alla postura fiera del cavallo che s’impenna e agita le zampe anteriori in aria, fa da contrappunto l’atteggiamento bellicoso del drago. Ha muso di cane il mostro, corpo di leone e coda di serpente. Una cresta di uncini gli percorre il cranio allungato, su cui si drizza un corno adunco; spine acuminate gli spuntano sul dorso e dalle ali verderame fuoriescono lunghi aculei neri. Ha la bocca spalancata, denti aguzzi e una sottile lingua biforcuta. Appoggiato sulle zampe posteriori, il drago solleva, perfettamente parallele, le zampe davanti, e mostra gli artigli ma già sul punto di ritrarli, in una posa di offensiva e resa insieme.
La lancia di San Giorgio è smisurata. Trapassa in diagonale il quadro, si conficca in gola al mostro e gli perfora il cranio. Nell’urto poderoso si spezza, e la scheggia rossa che fuoriesce dalla bocca del drago pare l’ultimo indomato fiotto di fuoco della bestia. Nella luce calda del tramonto, in cui dominano i colori delle terre, si compie la lotta del bene contro il male, e la scena fissa il momento della vittoria.
C’è un’isola disabitata a una decina di miglia a sud di Capo Sounio che ha nome Agios Georgios e forma di drago.
Siamo a Sérifos, ancorati nella baia sottostante alla Hóra. Ci stiamo preparando a partire: dobbiamo cercare di raggiungere nel giro di tre giorni il porto di Lavrio, che si trova nei pressi di Capo Sounio, il promontorio da dove Il tempio di Poseidone domina, su uno sperone roccioso, la linea di confluenza fra Egeo e Ionio. A Lavrio, dove ci siamo imbarcati circa una decina di giorni fa, è cominciato il nostro giro nelle Cicladi; e lì Orlando, il capitano di Aqualung, ci riporta per farci sbarcare e accogliere un nuovo equipaggio: è il tempo circolare delle vacanze, camei nell’anello dell’esistenza quotidiana, scandite da arrivi e partenze. Un meltemi forte e persistente ha accompagnato fin dall’inizio il nostro viaggio e determinato in buona parte le rotte. È a causa del vento che anticipiamo la navigazione di ritorno. Per raggiungere Lavrio dobbiamo navigare una cinquantina di miglia verso nord e se il meltemi, che soffia da nord, è ancora forte come è previsto, ci potrebbe costringere a ripiegare verso ovest e ad andare a ripararci sotto l’Argolide, la punta più orientale del Peloponneso. Da lì, fuori dalla portata del meltemi, si arriverebbe a Lavrio con un’altra giornata di navigazione.
Salpiamo l’ancora e prendiamo il largo verso una meta approssimativa, sospesi all’incognita del vento. Sotto costa il vento è forte, tende a diminuire un po’ man mano che ci allontaniamo dall’isola. Siamo seduti in pozzetto. La barca fila inclinata sull’acqua, taglia le creste e dal mare ci arrivano di tanto in tanto sferzate salate. Orlando ci spiega come sia complesso determinare una rotta. Sono in gioco leggi fisiche, cognizioni astronomiche, meteorologiche e navali. Lo osserviamo mentre porta la barca: lui detiene il sapere, conosce con sicurezza la scienza e la tecnica della navigazione. Ma non solo: l’intuito lo guida e ha un’anima in mare che lo guarda. Ci racconta come ha incrociato il mare: un incontro fortuito verso i trent’anni che lo inizia alla navigazione, e nel mare trova il disegno del destino. La conversazione scivola su altri argomenti, cose personali, aneddoti, riflessioni generali. E scarroccia, come la barca quando non ha il vento in poppa. Le cose dette e ascoltate formano angoli di deriva con le pieghe esistenziali di ciascuno, sacche di residui e sedimenti. Nella conversazione si riattivano sottovoce sentimenti passati e recenti, gioie, malinconie, ansie, inquietudini, e si seguono le voci di dentro che formulano considerazioni, quesiti, supposizioni su di sé e sugli altri.
È pomeriggio. Il sole picchia, il vento adesso ha cambiato direzione, è quasi in poppa. Stiamo in silenzio, qualcuno è assopito, altri sono assorti o guardano il mare. Orlando intravede, dritto davanti alla prua, la sagoma di un’isola. Azzarda un’ipotesi che il GPS conferma: è Agios Georgios. L’incognita del vento si è trasformata in un’evidenza inconfutabile. Scherziamo sulla fatalità, sul destino, sugli imperativi del vento, sulle trame del mare. Inganniamo il tempo così, ripetiamo ridendo dei luoghi comuni che per noi in quel momento sono veri.
Arriviamo a Agios Georgios al tramonto. Costeggiamo il lato sud dell’isola che è lunga e stretta, attraversata da una dorsale con delle creste di scaglie. La punta est scende a triangolo, la punta ovest si abbassa gradatamente serpeggiando sull’acqua. Dico che assomiglia a un drago. Qualcuno mi dà ragione, qualcun’altro ride e scuote la testa.
Gettiamo l’ancora davanti a una baia dalle pareti lunari. Il vento è calato, una barca di pescatori si sta allontanando. Ci tuffiamo e raggiungiamo a nuoto la spiaggia, investiti da fiotti di luce gialla e rossa. Guardiamo il sole che scende, gli ultimi raggi sfiniti. Vedo San Giorgio, il suo cavallo s’impenna. Una lancia invisibile trafigge l’isola e abolisce il tempo. Stiamo ora nel mondo e fuori dal mondo. Siamo polmoni d’acqua, particelle d’oro nella sabbia, grani di sale, gabbiani allineati. Affondiamo le mani fra i sassi lucidi della battigia e cogliamo pietre preziose per gli scrigni. Esistiamo senza più residui né sacche, senza pieghe né dolori che ci trasformino in cenere. Siamo fuori dalle piccole e grandi catastrofi, salvi! Assistiamo alle fasi del giorno e alla loro ripetizione come a cristalli eterni. Seguiamo la scia luminosa della falce arancione che si butta veloce in mare. Guardiamo la calotta e nello scudo leggiamo i disegni delle costellazioni. Il destino dell’umanità è per un attimo d’una evidenza indicibile: la linea lunga e articolata dello Scorpione all’orizzonte, l’anello della Corona Boreale sopra la nostra testa, la goccia sospesa del Delfino, la W di Cassiopea, il Cigno che attraversa ad ali spiegate la Via Lattea. La Via Lattea è bassa, gonfia, ci chiama. La tocchiamo con un dito e precorriamo la via che ci conduce alla dimora degli Dei.
Trascorriamo così un altro giorno, proiettati nel tempo profetico o nell’Eden poco prima del serpente e della mela.
Stiamo ripartendo. È presto, il sole non ha ancora scaldato l’aria. Stanotte il Meltemi ha rinforzato e ha riempito di rumore il nostro sonno: l’ancora arava nel fondo. Adesso, mentre prendiamo il largo, il vento batte le cime e frusta la barca che fende le onde e solleva la prua. Il tempo ha ripreso a scorrere. Guardo l’isola che si allontana. Ripenso al drago e lo rivedo nella sua posa bellicosa di offensiva e resa insieme.
Agosto 2008